linus71 | 12 Ottobre, 2009 10:37
Il testo a seguire è stato pubblicato qualche anno fa su Cyberzone, ed ancora prima sul mai abbastanza rimpianto sito di DonJuanonline. Lo ripropongo perché mi sembra che cogliesse un tema oggi centrale nella crisi del capitalismo postmoderno.
Questa riflessione fu scritta appena qualche settimana dopo il crollo delle Twin Tower e ne nacque l'idea di un convegno, tenutosi nell'inverno del 2001 presso l'Università di Urbino, Facoltà di Sociologia, su "Metropoli e paura". I temi della paura, della metropoli e della comunicazione sono oggi, mi pare, ancora potentemente centrali, anche perché dalla sintesi neoliberista di paura e comunicazione, è stato elaborato il paradigma securitario.
"Nella vita degli imperatori c'è un momento, che segue all'orgoglio per
l'ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla
malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli
e a comprenderli; è il momento disperato in cui si scopre che
quest'impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno
sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo
incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il
trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della sua lunga rovina"
- Italo Calvino [Le città invisibili, Mondadori 1993]
Mentre le Twin Towers cadevano, avvolgendo nella polvere e nei detriti tutta Manhattan, noi siamo rimasti impauriti e sbigottiti. Vedevamo l’immagine della metropoli ridivenire una forma, ridivenire materia. E farlo per mezzo della violenza.
L’emergere di una componente materica e formale dal cuore della città dalle mille luci è stato un dramma sociale perché ha segnato con forza, nell’orizzonte delle rappresentazioni collettive, il riemergere del rimosso: l’incrocio tra irrazionalità e politica che fonda l’abitare urbano.
La città che si difende col fuoco dalle tenebre, ha visto il fuoco generare le tenebre nel suo stesso cuore. Il crollo del duplice tempio della globalizzazione economico finanziaria ha significato il disvelamento, di là dalle vecchie metafore architettoniche della tarda modernità, del carattere funzionale della metropoli. Oltre la sedimentazione urbanistica, devastata nei suoi stessi presupposti simbolici, è emerso infatti il carattere di funzione che la metropoli svolge rispetto al capitale
Non è semplice riordinare le suggestioni e l’articolazione di un pensiero sul destino della metropoli e sulla musealizzazione delle sue macerie, assurte nella celebrazione del lutto al rango di monumento. Dalle ceneri delle Twin Towers, infatti, sono emerse le rovine della metropoli, del suo essere stata uno spazio organizzato secondo forme, un luogo abitato. Come in ogni rivelazione, quello che abbiamo visto andava oltre quello che stavamo percependo.
Le rovine delle Torri Gemelle sono il luogo di numerose precipitazioni, reali e simboliche. Una parte residua dell’armatura d’acciaio, che in un primo tempo aveva resistito, è stata ricostruita come si ricostruiscono i templi antichi nei siti archeologici. Le stesse macerie sono state fatte oggetto di speculazioni economiche ed in parte monumentalizzate. Due travi d’acciaio che si intersecavano sono state additate come la Croce, riesumando fantasmaticamente una civiltà cristiana ed urbana del primato della ricchezza, della trasformazione del sangue che redime in denaro che rende. Le speculazioni sulla destinazione d’uso del luogo sono iniziate prima ancora che si iniziasse la guerra.
Le macerie, la croce, la polvere che ricopre la città: la morte della metropoli come forma dello spazio e il rimanere come funzione. Con una serie netta e repentina di situazioni e di immagini si passa definitivamente dalla percezione sociale globale della funzione urbana come luogo d’interazione, all’affermazione del carattere funzionale dello spazio metropolitano, al suo essere una manifestazione concreta e relazionale delle dinamiche che muovono la teologia del capitale. A rendere drammatico questo passaggio di paradigma, la violenza e la fusionalità, simbolica e materiale, con cui si compie l’operazione. Assieme alle strutture che sostenevano l’edificio, infatti, si sciolgono i corpi dei suoi abitanti. I corpi si fondono con l’edificio crollato; quel che resta è un corpo impastato, fusionale, un corpo che scompare in se stesso. Le forme vive dell’interazione sociale spariscono assieme alle forme architettoniche. È una rappresentazione potentemente perturbante perché fa emergere la fine storica della metropoli come luogo in cui lo spazio assolve ad una funzione mediatrice e rappresentativa, in cui i conflitti sociali e politici si sedimentano nelle strutture. Si afferma con potenza, oltre la distruzione stessa degli edifici, l’estendersi dei processi capitalistici che stanno portando definitivamente la metropoli sotto il dominio del mercato, sin negli interstizi della vita individuale dei milioni di abitanti che ci vivono.
Le Torri che crollano, in un attimo ci ricordano che la metropoli era una forma. L’avevamo dimenticato perché è diventata altro, è diventata funzione del capitale. Le sue strutture materiali sono la manifestazione dei principi che governano la teologia del capitale. Sono un residuato materiale di un processo di deterritorializzazione potente, che investe tutte le forme della vita collettiva ed individuale.
La crisi planetaria delle forme di vita sociali trova una delle sue manifestazioni più acute proprio quando la città cessa di essere prevalentemente uno spazio fisico all’incrocio tra dimensione pubblica, conflitto sociale ed agire politico e viene incorporata nelle dinamiche del mercato globale, in quell’area inestesa ed ubiqua, pulviscolare ed ipercomplessa, dove il mainstream sociale del capitale esercita il suo potere, dove la teologia del capitale squaderna la rappresentazione del proprio credo economico. L’idea di metropoli come luogo di compensazione e giustizia, di scontro e confronto, di costruzione dialettica tra politica e mercato, si scioglie all’interno del funzionalismo economico che sostiene il capitale nella sua versione postmoderna, senza per altro avere alcun finalismo. L’inettitudine delle politiche amministrative, il collasso dell’urbanistica, il fallimento della pianificazione. Le categorie sociali e politiche della tarda modernità cessano definitivamente di rappresentare l’orizzonte evolutivo metropolitano. Tra il fallimento di queste dinamiche di governo (riconducibili in parte al vecchio welfare) e l’affermazione dei modelli d’impresa territoriale, viene a mancare la strutturazione sociale e spaziale della città stessa. L’operazione preliminare di ogni dinamica del capitale, ovvero la sottrazione, è data.
Il mercato, sviluppatosi prima come parte della città, poi come elemento dialettico tra società e capitale mediato dalla politica, assimila oggi la metropoli all’interno di una semiosi globale, asservendola ad una moltitudine di funzioni riconducibili alla pervasività della teologia del capitale stesso ed al di fuori di qualsiasi processo di tipo dialettico.
La catalizzazione di questo processo trae forza dall’ipercomplessità delle relazioni sociali e di quelle tecnologiche, attraverso i linguaggi e le pratiche del consumo. L’incrocio di queste due dimensioni sfocia in quella sorta di ambiente denso che è l’infosfera comunicazionale. Questo processo si genera a partire dalla privazione, precondizione per l’affermazione del capitale, relativa alla sedimentazione di strutture. Nasce e si sviluppa così quella che alcuni chiamano Telopoli, la metropoli planetaria immateriale della comunicazione e della distanza. La rete come metropoli funzionale, ambiente virtuale di costruzioni sociali che viaggiano nel tempo e non più nello spazio.
La via di comunicazione era la strada e la rappresentazione spaziale (dall’acropoli alla necropoli, dalla piazza alla caserma, dalla chiesa al palazzo signorile, ecc., attraverso le molteplici scritture urbanistiche succedutesi nei secoli) richiamava un uso politico dello spazio. Il legame tra quest’uso e la storia della democrazia come costrutto socio-politico, trovava la sua chiave di volta nella forma urbana. Parigi, ultima grande capitale della modernità, nel suo stesso essere manifesto di un’epoca e di una cultura, nel suo divenire mappa della vita intellettuale e sociale, aveva spinto all’estremo limite le possibilità di questa manipolazione dello spazio. L’intrusione del mercato e della tecnologia nella forma del vetro e dell’acciaio, dei passages benjaminiani, della torre Eiffel (l’effimero che si musealizza, al contrario del padiglione di cristallo ed acciaio dell’esposizione universale di Londra, città già molto più spinta verso forme d’organizzazione sociale determinate dal mercato) segnalano già l’emergenza di un modello di metropoli che troverà in New York l’effige più che la forma, l’immagine più che la struttura. Fritz Lang ne rimarrà talmente colpito da concepire la sua Metropolis proprio alla vista della skyline newyorkese. Nasce la metropoli figlia del capitale e si iniziano a sperimentare nuove forme d’interazione.
Le città statunitensi, in questo, hanno sin da subito manifestato la loro genesi capitalista. Un paradigma sociologico come il funzionalismo, infatti, è nato e si è sviluppato appunto negli Stati Uniti, proprio perché quella realtà metropolitana - diversamente dalle città europee o da quelle storiche presenti nel resto del mondo - è stata da subito governata, e senza intralci, dal capitalismo nella sua forma più diretta e chiara.
Lo stesso conflitto viene incanalato nelle dinamiche privatistiche e liberalizzatrici del capitale. Le prime gang urbane nascono nelle metropoli americane nell’opposta tensione tra logiche del profitto e sottrazione di spazi sociali pubblici.
Se le città europee si sono modellate in secoli di guerre e distruzioni, conservano ancora le vestigia della loro dimensione formale, sociale ed architettonica (i centri storici, le piccole città, le città monumentali, le rovine dell’antichità, i paesi rurali, ecc.), New York era la manifestazione compiuta della metropoli in quanto funzione del capitale. Le metafore materiali, la sua skyline intreccio di edifici che si sposa all’aria, erano, più che sostanza, immagine e funzione dei processi che dal capitale si generano e pervadono l’immaginario. Spettacolo, tecnologia, emotività, arcaicità e rimozione avevano già trovato in King Kong una loro rappresentazione spettacolare, con al centro l’Empire State Building. Forse, però, ormai oltre la società dello spettacolo, la pervasività del ruolo funzionale della metropoli è proprio uno dei fenomeni di deterritorializzazione sociale e politica che si manifestano nella semiosi del capitale. Nella rappresentazione filmica, Jena Plinski in 1999 Fuga da New York, era già l’eroe che attraversa una metropoli degradata a carcere, un tessuto metropolitano devastato dalla violenza, in cui dall’esterno le forze del capitale non intervengono, favorendo la scadimento del conflitto sociale in frattura insanabile ed in ultimo a criminalità disumanizzante. In Matrix il percorso è compiuto: ad un abitare materiale si è sostituito il più radicalmente possibile un abitare virtuale; il conflitto è tutto nella manipolazione dell’informazione ed il capitale manifesta la propria teologia nell’immaterialità di un controllo funzionale che ha oltrepassato ed asservito lo stesso piano dell’appartenenza biologica umana.
La metropoli ha introiettato il concetto di performanza nel suo corpo (sino, oseremmo dire, a farlo scomparire dall’orizzonte emotivo collettivo). In altre parole ha rinunciato a dare una forma prestabilita alle relazioni sociali; la metropoli oggi sedimenta e manifesta le funzioni del capitale. La sua performatività non è dell’ordine dell’efficacia, o per lo meno non di quella che la vecchia politica dialettica intendeva come tale. In questo Foucault, ricostruendo la storia di carceri e cliniche, ha perfettamente descritto come il concetto di funzione possa essere del tutto parallelo ed anzi prevalente rispetto a quello di efficacia, che ancora sottindente o presuppone un ordine escatologico, un finalismo storico, condivisibile o no. L’estetica è il vettore di questa performatività inefficace ed espressiva.
Vaste porzioni dell'interazione sociale legata al politico ed alla giustizia, ad esempio, come larghissima parte di tutti i settori della cultura in senso lato, passano dal dominio dell'etica a quello dell'estetica. Questa è una delle cifre del movimento da una postmodernità aurorale ad un postmodernità matura: l'estensione dell'estetica come dominio non solo della fruizione, ma anche dell'organizzazione di concetti complessi a partire dalla percezione come base fenomenica di massa. La diffusione di questa paideia sociale – il cui esercizio si svolge attraverso le merci, i linguaggi pubblicitari ed il circuito informativo nel suo complesso – determina la possibilità di un nuovo statuto della vita metropolitana, plasmato sui comportamenti, le norme e gli immaginari di mercato. La crescita delle metropoli, forgiata dunque dagli stili e dagli usi della vita collettiva e dall'azione del capitale su queste stesse forme di vita e sull'immaginario ad esse relativo, è progressivamente passata nel campo delle funzioni del capitale. Non a caso, quindi, il consumo di merci e beni è il più potente veicolo di funzionalizzazione del tessuto metropolitano.
Il consumo, in quanto attività estesa e metalinguaggio globale, non è solo un aspetto meramente economico, ma si traduce in comportamenti, usi, abitudini ed interazioni, connotati sia economicamente che socialmente, sia in relazione alla fisicità di elementi materiali che all'immaterialità, al movimento come alla sua assenza od alla stasi. Il consumo determina l'arredo urbano, gli orari di apertura e chiusura di uffici, scuole, negozi, trasporti, ecc.; determina l'illuminazione notturna, la ristrutturazione e la speculazione edilizia, la degradazione dei centri abitativi a sfavore di quelli strettamente legati al consumo (vie del centro in Europa, centri commerciali, mall, multisale, luoghi d'intrattenimento, ecc.); determina la nascita dei quartieri residenziali; nella versione più estrema porta alla creazione dei cosiddetti Common interest settelment, i Cid, che riproducono una tradizione antichissima di separazione urbanistica (le acropoli, le città proibite, i recinti sacri, le residenze principesche, ecc.) ma in una struttura sociale mondanizzata, in cui l'unica teologia possibile è quella del capitale e gli apparati di controllo sono una manifestazione del potere che amministra i riti e le credenze relative a questa teologia e proteggono/recludono, come i carceri e le cliniche appunto, i suoi officianti, consapevoli o meno, ripagandoli con il sentimento della sicurezza, ovvero la sublimazione capitalistica della segregazione; fa scaturire dalla deterritorializzazione fisica ed immaginaria della metropoli nuovi ghetti in cui le stesse infrastrutture allestite per favorire lo sviluppo del consumo di merci possono fungere da elementi reclusori (autostrade, svincoli, ferrovie, mancanza di trasporti e di connettività fognaria, elettrica, telefonica, ecc.).
Oggi l'estetica ha raggiunto una tale rilevanza all'interno delle pratiche di consumo, da rappresentare proprio uno dei veicoli attraverso cui questo declina un aspetto particolare della riduzione della metropoli a funzione. La pubblicità, il marketing e tutte le scienze che cercano di studiare l'essere umano in quanto homo consumus, si basano proprio sul presupposto che il piacere (non importa se perverso) sia un potente motore economico e che l'estetica sia il terreno dell'addomesticamento del gusto e dell'educazione di massa. Su questa direttrice d'azione, peraltro non nuova e già ampiamente investigata da Alberto Abruzzese, oggi assistiamo però ad un’azione così potente e così estesa e profonda come mai era stata prima, che intacca prepotentemente perfino la dimensione dell’identità individuale, attraverso l’affermazione del postumano come orizzonte dell’esperienza e della spendibilità sociale del corpo.
La scomparsa della metropoli come forma, d'altra parte, non significa la fine delle forme d’interazione sociali che si sono sviluppate su sul panorama urbano. Probabilmente le pratiche del consumo hanno in qualche modo come sciolto le pratiche sociali legate alla costruzione del politico come lo si intendeva nella modernità. Ci si affanna ancora a segnalare le scomparse avvenute all'avvento della postmodernità, mentre oggi occorre confrontarsi con la progressiva affermazione di modi di vita e di funzioni sociali che prima non si davano se non in misura embrionale. Si pensi ad esempio alla progressiva affermazione di percorsi identitari individuali e collettivi che si incanalano nelle attività di consumo identitario di beni e servizi, ovvero all'allestimento di vite ed identità "pret a porter". La stessa metropoli pubblicitaria, una forma complessa di “pret a porter” urbanistico, declinata sulle modalità dell’esposizione prima e dell’informazione poi, allestisce la merce come veicolo di relazione e di attrazione sociale. Gli spazi, così, sono subordinati all’accesso ai beni ed ai servizi, materiali ed immateriali. L’uso della metropoli tende a fondersi sempre di più con il suo consumo, allo stesso tempo motore di piacere e di desiderio. Un ruolo collaterale nel sollecitare queste modalità, lo svolgono anche le tecnologie legate alla rete ed alla virtualità, che contribuiscono a diffondere una percezione della metropoli come interconnessione planetaria ed allo stesso tempo luogo immateriale, aperto al gioco dei segni, disponibile ad essere riallestito a partire da un’interazione simbolica che scorre fuori dall’alveo secco della dialettica. Il ruolo delle strade e degli edifici, fantasmagoricamente diviene quello di una specie di fondale tridimensionale.
Come la comunicazione broadcasting è divenuta, sotto l’impulso del capitale pubblicitario e dell’organizzazione conseguente dei programmi, comunicazione di flusso, facendo saltare i palinsesti, allo stesso modo la metropoli diviene un flusso informazionale, coerente nei suoi assunti fondativi con la teologia del capitale. Il consumo, di là dalla dimensione economica della transazione e del possesso, diviene la rappresentazione del potere deterritorializzante del capitale sul tessuto metropolitano, ridotto a supporto, a palcoscenico funzionale a questa dinamica. I livelli di complessità di questo processo sono enormi e non univoci in relazione agli spazi di libertà esperibili e sperimentabili, sebbene questi rimangano subordinati al mainframe economico.
Questa deterritorializzazione, però, non avviene solo attraverso l’economia in quanto estrinsecazione dei presupposti esistenziali del capitalismo, bensì anche attraverso il linguaggio che si costituisce mediante l’interazione tra persone e beni e tra beni e beni. Questo particolare tipo di linguaggio, sedimentato ed articolato, si è potuto sviluppare proprio perché l’interazione sociale e quella comunicazionale in senso lato, attraverso tutti i complessi processi d’investimento libidico verso il mondo delle merci ed allo stesso tempo nel radicarsi di pratiche di tipo feticistico, si sono intrecciate in maniera inestricabile con la costruzione identitaria, l’immagine socialmente spendibile degli attori sociali ed in ultima analisi hanno finito col costituire dei percorsi formativi tipizzati. Questa tipizzazione generale investe le relazioni tra individui, quelle tra individui e merci ed anche quella tra oggetti di consumo ed altri oggetti di consumo. Ecco quindi che il consumo, di là dalla sua accezione base di ‘logorio’, con un capovolgimento che ricorda tanto quello delineato da McLuhan, diviene linguaggio e veicolo di costruzione sociale. Diviene il principale agente di quel vento fenomenico funzionalista che ha modificato la dimensione percettiva e relazionale della metropoli. Questa non è più la materia che incanala in delle forme queste interazioni; se le Grandi esposizioni Universali rappresentavano, allo stesso tempo, l’estremo tentativo della civiltà urbana d’imprimere una forma ad un processo collettivo di modificazione dei rapporti sociali e delle forme estetiche ad essi correlate, ed allo stesso tempo sancivano la categoria dell’effimero come affermazione ellittica della performanza del tessuto urbano e del suo piegarsi alle logiche del mercato (e quindi della fruibilità economica ed emotiva), la rete è il suggello a questa dinamica di smaterializzazione, funzionalizzazione e performanza, in base alle quali il tessuto metropolitano si riconfigura come informazionale e non più relazionale.
I piani su cui si sviluppa la metropoli, dunque, vengono assimilati al linguaggio del consumo ed alla sua dinamica, intrinsecamente connessa alla teologia del capitale, ma allo stesso tempo in grado di sollecitare, proprio per la sua attinenza al piano dell’identità e dell’emotività, la creazione di spazi di mediazione e di riconfigurazione dell’ambito del politico, così come aree del comportamento e del conflitto sociale che si servono dei residuati della modernità per affermare spazi ed attività esterni alla pervasività della deterritorializzazione. Si tratta di movimenti differenti dalle riterritorializzazioni fantasmatiche, così come illustrate da Deleuze e Guattari, perché non rifiutano la civiltà dei consumi, ma la usano riproducendo i meccanismi aggregativi tipici del capitale, ma sovvertendone il piano della teleologia. Mentre infatti il capitalismo, l’ultima grande narrazione collettiva sopravvissuta nella società del tramonto dopo la morte del cristianesimo ed il fallimento del comunismo, nutre la propria pervasività proprio della mancanza di un finalismo collettivo, riducendo l’orizzonte del possibile al profitto, questi processi di riconfigurazione del paradigma sociale e politico della metropoli innestano potenti dinamiche libidiche slegate dal consumo in quanto linguaggio altrimenti asservito alla transazione economica, utilizzando modalità organizzative altrimenti assimilabili a quelle di mercato, senza voler affermare alcun finalismo. I rave, ad esempio, salvano dalla scomparsa, in quanto forme d’interazione sociale, i resti del territorio metropolitano come vecchi quartieri industriali, fabbricati abbandonami, aree dismesse o devastate dalla speculazione edilizia, spiazzi interstiziali a metà tra discariche (il vero sintomo metropolitano della sottrazione di spazio e della suppurazione del disagio in concrezioni materiali) e terreni abbandonati.
Da un lato dinamiche disgreganti e parcellizanti, in cui l’individuo scompare nella metropoli informazionale e pubblicitaria, riducendo lo statuto di cittadino a quello di consumatore ed utente, dall’altro dinamiche aggregative, che sempre attraverso il consumo, tendono però a far prevalere l’aspetto relazionale su quello funzionale.
Attualmente lo scenario metropolitano è allestito su diversi piani: esplosione dell’abusivismo e dell’autocostruzione, estensione uni/in-forme della periferia come luogo sintomatico della perdita di forma dello spazio, innervatura tra tecnologie telematiche, dimensione intima ed economico-finanziaria (nasce qui, in parte, forse, una forma tutta nuova di spiritualismo, all’incrocio tra individualità, ipercomplessità economica e virtualità?). L’evoluzione della metropoli procede dunque da un modello di forma a quello d’evoluzione (con tutto il conseguente bagaglio di pervasività e tentativo di riarticolazione delle dinamiche del conflitto e del controllo), divenendo sistema informazionale, manifestazione funzionale alla teologia del capitale.
Dove è possibile, sotto le spoglie della speculazione edilizia, la semiosi del capitale riconfigura le aree urbane con nuovi edifici, oppure rende l’edificazione selvaggia ed informe. La speculazione edilizia e l’abusivismo sono due facce delle dinamiche di riduzione del tessuto urbano a liscia superficie per l’interazione di merci e servizi con l’uomo consumatore. Nel caso della speculazione edilizia attraverso l’asservimento dello spazio a funzione (centri commerciali, centri direzionali, zone residenziali private, ecc.), in quello dell’abusivismo e del degrado attraverso la privazione delle forme. In entrambe i casi si assiste alla scomparsa della città come luogo di mediazione e di conflitto sedimentabili. Da un lato le downtown militarizzate, supersorvegliate, ricche e sfavillanti, del tutto funzionali alle logiche di mercato e di consumo, dall’altra sconfinate periferie, fatte di sottrazione dello spazio in quanto forma articolabile, in cui bidonville, favelas, slums, ecc. dicono l’irrazionalità di un abitare in cui il nesso fra società, politica e metropoli è saltato. Tutte e due queste dinamiche planetarie di metropolizzazione parlano di mancanza di forme come sedimentazioni da un lato e della presenza di dinamiche funzionalizzanti in cui agli edifici è demandata solo una performatività pari all’investimento economico ed emotivo con i quali sono stati edificati. Il contesto, ciò che in un tessuto urbano teneva l’insieme e gli permetteva di assumere determinate conformazioni, tende a scomparire a favore di forme di connessione immateriali, legate ai comportamenti di consumo o alla circolazione delle informazione sui circuiti telematici e di rete.
linus71 | 08 Ottobre, 2009 00:38
La comunicazione è probabilmente l'ambiente più esteso e più diversificato che l'essere umano abiti all'interno del mondo di relazioni che ha con gli altri. La comunicazione riguarda la totalità dei modi con cui l'essere umano si esprime: dal corpo alle idee astratte, dall'arte alla scienza, dagli affetti alle forme più brutali del suo sentire.
La politica come settore privilegiato dei rapporti tra esseri umani all'intero delle comunità da loro costituite, è sempre stata uno dei campi in cui la comunicazione ha rivestito un ruolo predominante. Si può dire che la stessa parola comunicazione, la cui etimologia significa dopotutto "mettere in comune", "far partecipare", sia in qualche modo all'origine della possibilità stessa di una politica.
Il controllo delle forme di comunicazione ha sempre rappresentato una strategia con la quale chi ha preso il potere, ha poi cercato di mantenerlo. La retorica è stata per secoli lo strumento più raffinato di manipolazione della comunicazione, cioè in questo caso dei modi con cui si condivide qualcosa, con cui si rappresenta agli altri le cose. Il dominio dell'istruzione era del tutto coerente con questo uso della comunicazione.
Oggi la comunicazione ha ancora un ruolo potente nel sostenere in modo strategico il potere e chi lo ha, ma l'aspetto inedito di questo sua potenza è la sua capacità di inglobare tutti gli aspetti della nostra vita. Oggi noi ci muoviamo dentro la comunicazione in maniera inedita nel passato. Quello che noi percepiamo è un'insieme di stimoli che hanno tutti un'origine artificiale e scopi precisi.
I due elementi che in maniera decisiva determinano il carattere della comunicazione come ambiente sono la tecnologia - in particolare quella dei media - ed il mercato.
Allo stato attuale la tecnologia dei media è in grado di costruire un ambiente "virtuale" nel quale quello che i nostri sensi percepiscono è il frutto di operazioni pianificate. La somma di tutte queste operazioni assieme, però, non ha nessuna coerenza e si presenta come un insieme ronzante, confusionario, che stimola la nostra percezione in maniera eccessiva. Uno dei risultati più impressionanti di questo eccesso di stimolazione è un graduale abbassamento della soglia di sensibilizzazione. I nostri sensi ci danno una quantità di stimoli ed informazioni eccessivi. Il nostro cervello si protegge abbassando la soglia di coinvolgimento e di analisi.
In altre parole il nostro sistema nervoso si adatta ad un ambiente che sarebbe per lui, per noi eccessivamente ricco di stimoli, diminuendo la quantità di informazioni a ci viene data attenzione. Questa operazione che McLuhan definiva la "narcosi di Narciso" determina un generalizzato abbassamento delle capacità critiche, ma sopratutto uno sfaldamento dei processi mentali con cui le informazioni raccolte si organizzano sottoforma di memoria. Il campo dell'esperienza si restringe. Viviamo immersi in una realtà percettiva eccessiva, ipercomplessa, densa, dai ritmi frenetici, in cui per poter conservare un minimo di capacità di selezione, di intelligenza, siamo portati ad abbassare la soglia di attenzione.
Questo effetto della proliferazione enorme di informazioni altera enormemente la capacità di analisi. Il pensiero ripiega su forme di narrazione di tipo mitico perché le sue capacità di distinzione del vero e del falso, del reale e dell'irreale, sono erose dall'enorme quantità di stimoli ed informazioni di cui non si riesce a decidere l'autenticità o meno. La smemoratezza è il risultato, in questo caso, dell'impossibilità di gestire razionalmente, od almeno in modo analitico, i fatti.
Le forme ed i modi in cui la tecnologia determina questa crescita enorme della comunicazione, sono dati a loro volta ed in maniera pressoché dominante dalle logiche del mercato. Il mercato è un insieme di processi, azioni, valori, capitali ed organizzazioni che pur essendo in perenne contrasto tra di loro, condividono alcuni fini comuni: il profitto, il principio di scambiabilità per cui tutto può essere scambiato con tutto, l'astrattezza, la mercificazione del vivente, la diffusione, la competizione, la parcellizzazione sociale, l'uniformità come principio di gestione della diversità, la manipolabilità, la traducibilità più estesa. Applicati alle possibilità tecnologiche dei media, queste finalità, risultato di un'evoluzione storica del capitalismo negli ultimi due secoli, si presentano però ad un'analisi razionale, con la stessa irrazionalità di dogmi teologici.
Le forme ed i modi in cui il mercato decide come la tecnologia debba agire rispetto alla comunicazione sono pressoché identiche in tutto il pianeta. L'astrattezza, la diffusione e la traducibilità, l'uniformità come principio di gestione della diversità, la manipolabilità e la scambiabilità del mercato, applicati alla tecnologia dei media, costituiscono una lingua planetaria che uniforma la comunicazione. Possiamo viaggiare da un emisfero all'altro ma le caratteristiche dell'ambiente mediatico - cioè della comunicazione così come la tecnologia dei media la fa "funzionare" - sono le stesse.
Allo stesso modo il profitto fa da architrave a tutte le operazioni di pianificazione della comunicazione, così come la competizione (uno dei principali motivi per cui gli stimoli divengono eccessivi) ne amplifica l'intensità. Coerentemente con i presupposti ideologici del mercato, uno dei risultati più estesi, invasivi, potenti e preoccupanti delle sue finalità, la parcellizzazione sociale, è che l'eccesso di informazione prodotto dalla tecnologia dei media frantuma anche la percezione temporale: cioè l'organizzazione dei fatti nel passato, la memoria, e l'immaginazione di quelli del futuro, la condivisione. Questo lascia il soggetto da solo. Il binomio mercato-tecnologia dei media è uno dei principali artefici della dissoluzione della società, o come si diceva alla fine degli anni '70 del XX secolo, della trasformazione del popolo in moltitudine. Con la sostanziale differenza che oggi la moltitudine non è quella dell'autonomia del soggetto, ma quella della sua riduzione da cittadino a consumatore, da soggetto a spettatore, da agente a esecutore d'interazione.
Se oggi vogliamo capire la politica e i modi con cui si può ancora condividere, ricordare, sperare, agire, lottare, non possiamo ignorare il problema della percezione, perché qui si gioca oggi la stessa possibilità di far sapere determinate cose, di stimolare la capacità di sapersi muovere dentro questo ambiente comunicativo così invadente, così sottile, senza identità ma presente ovunque. Quando McLuhan proponeva ai giornali italiani di affrontare la questione delle Brigate Rosse non parlandone e facendole scomparire dai media, in realtà aveva individuato una strategia di sistema oggi largamente impiegata: i fatti non solo vengono omessi, ma spesso spezzettati, disposti in modo da non essere memorabili, alterati. Il tutto facendo leva sui nostri sensi.
La percezione è il nuovo campo di battaglia. Occorre capirne le caratteristiche perché la comunicazione è sempre stata uno degli obiettivi principali del potere. Oggi questo potere è enorme e può arrivare a manipolare i nostri occhi, le nostre orecchie e tutto l'insieme dei nostri sensi. Capire queste strategie, divenirne consapevoli, è un passo enorme perché ci fa capire cosa ci è stato fatto, e ci rende consci del nostro stato. Da qui è possibile ricostruire anche le forme ed i modi con cui non rimanere passivi ed agire senza reagire. I modi di riappropriarci anche dell'immaginario del conflitto.
linus71 | 12 Maggio, 2009 19:33
Per una critica della paura come strategia politica.
Appunti per una riflessione
Che la paura sia uno strumento di governo, uno strumento per ottenere ubbidienza e per legittimare le varie istituzioni che si arrogano il diritto di gestire il potere, che la paura sia parte costitutiva, continuamente rimossa e o negata, di ogni forma di ideologia che ha per centro il tema del potere variamente declinato, è dato acquisito da ogni critica della violenza e da ogni pensiero critico, ed un pensiero politico anarchico non può essere altro che essere critico. La cosa che sfugge al dibattito attuale è il valore “strategico” che oggi la paura riveste nella costruzione dei modelli di vita, dei processi evolutivi dell’individualità e delle forme sociali residue dopo trent’anni di controrivoluzione capitalista.
Una differenza esiziale rispetto alla modernità è che oggi la paura costituisce non lo strumento, per quanto sintomatico, dell’agire violento tipico del politico quando è innestato nell’ambito astratto e narratologico dell’ideologia, bensì il prodotto ed allo stesso tempo la meta del potere. Non dunque strumento di soggezione, strumento di disarticolazione, catalizzatore dell’annullamento del conflitto. Siamo di fronte ad un esito che allo stesso tempo è una causa, nello stile perfettamente paradossale che assume la logica del potere quando si mostra nelle sue innervature autentiche.
Come anarchici non possiamo fare a meno di riflettere e pensare quali possano essere gli elementi critici di questo scenario. La paura è decaduta da elemento di segnalazione, da allarme “salvavita” a strategia di adattamento, elemento di scioglimento delle identità e di fluidificazione sociale, ovvero di azzeramento delle forme di condivisione, di immaginazione, di solidarietà. Dunque ha un valenza “centrale” nel dibattito politico. Ma tanto più è centrale, quanto meno è posta in discussione, enunciata come tale. Si manifesta in tutta una serie di allestimenti narrativi, di selezione delle priorità, di costruzione dell’agenda informativa e politica. Come allestimento narrativo, mostra la sua centralità nella continua selezione di temi che richiamano la pericolosità, l’allerta, l’imminenza del pericolo. Possiamo definire questo regime emotivo come una continua iniezione di adrenalina nel sistema nervoso centrale costituito dai media. In qualità di selezione delle priorità, la paura manifesta la sua centralità nella misura in cui quanto è dato alla percezione è sempre e continuamente decontestualizzato, L’evento deve vivere nella sua pregnanza retorica, emotiva, allertante-allarmante, ma senza relazioni col passato o il futuro, semplicemente come “figura” senza sfondo, senza climax che non sia funzionale all’irresolutezza, alla mancanza di risoluzione della tensione accumulata. La costruzione dell’agenda informativa e politica è la manifestazione delle logiche di potere conseguenti a questo regime percettivo ed informativo determinato dal capitalismo postmoderno. Non si tratta di determinismo tecnologico, bensì di una forma di dominio basta su di un salto epistemologico: il salto da una cultura del tempo di tipo escatologico, di cui l’ultima grande narrazione è stato “il sol dell’avvenire”, ad un tempo di tipo ricorsivo in cui la politica diviene, appunto, precipitato dell’immaginario, funzione dell’allestimento di un orizzonte delle aspettative su cui modulare interventi, iniziative allestimenti di valori guida. La guerra, quindi, si deve combattere su questo terreno. E se questa è una scoperta ormai ampiamente acquisita sin dal ’77, l’elemento drammatico è che non si sono ancora individuati strumenti operativi, strategie, modalità di calare questa intuizione nella condivisione di idee e di un agire sociale che non sia sempre e di nuova difesa dell’esistente, ma abbia la capacità di immaginare ed agire un futuro possibile.
Capire la valenza strategica della paura significa capire le modalità con cui opera la cooptazione nelle logiche della violenza, con cui si ottiene rendita politica dal rifiuto della complessità dello scenario globale. Capire la centralità della paura in una politica senza nessuna “forma” coerentemente ideologica, significa capire le modalità con cui, ad esempio, lo squadrismo di Forza Nuova pare non suscitare quell'esecrazione che ci si aspetterebbe, ma anzi finisca per sollecitare forme di appagamento, di tutela, di protezione. Rimanere basiti di fronte a questi processi senza capire che la logica della politica non è razionale – e qui ci avviciniamo ad uno dei gangli nodali del discorso – significa rimanere rinchiusi nel ghetto di chi intende la politica solo come esito “razionale” di un discorso. Dobbiamo avere invece l’accortezza ed il coraggio di affrontare il campo in cui prolifera il discorso politico violento, che di là dalle sue connotazione astoriche è il “core business”, la parte veramente centrale di qualsiasi discorso critico odierno. Affrontare i provvedimenti politici, i consigli d’amministrazione governativi (chiamati governi) in base a quanto viene rappresentato, non ha molto valore politico, ma scorticarne l’apparenza e andare dritti al nocciolo della paura è essenziale. La produzione di paura a mezzo di paura è la principale attività politica con la quale la controrivoluzione liberalista ha gestito questi ultimi quindici, venti anni di storia. La paura come declinatore dell’agenda politica, come elemento discriminante rispetto alla rilevanza dei temi, alla loro articolazione rispetto alla percezione sociale (elemento su cui l’anarchismo non può fare a meno di confrontarsi, perché oggi come oggi la realtà politica e sociale è prima di tutto realtà percettiva) è uno dei temi che vanno affrontati, studiati e non solo capiti, ma in qualche modo aggrediti, smontati e rimontati. Il tema dell’informazione, strettamente legato alla strutturazione di una politica della paura che fa della produzione e diffusione della paura e dei suoi numerosissimi enunciati lo snodo centrale nella costruzione del consenso, è altresì centrale. Riuscire a capire ed a scardinare questi “pattern politici” che sono culturalmente e politicamente estremamente efficaci perché in grado di indurre se non direttamente il consenso, se non altro la predisposizione a forme di delega molto spinte, in grado di legittimare anche atteggiamenti e provvedimenti apertamente autoritari, è estremamente importante.
Paura, consenso, potere politico, sono tre elementi sostanziali dello scenario politico avvenire. Ora che il castello di rappresentazioni mediatiche del futuro come eterno presente di emergenza (esemplare la seri televisiva E.R.) crolla, e si mostra in tutto il suo potere criminogeno il motore del capitalismo postmoderno, fatto di superfetazione degli elementi immateriali dell’economia, fatto di mercificazione dell’emotività e dell’irrazionalità (la quotazione dei futures, ovvero di titoli finanziari basati sulle aspettative di crescita e sul tasso di fiducia!), rimane sul terreno il tema della paura, dell'irrazionale, della crisi dei modelli di immaginario e di immaginazione del futuro. Le forze di estrema destra stanno avendo la meglio perché leggono questi elementi nella maniera più semplice e più diretta, ovvero la paura come segnale di allerta, certo, ma in chiave di reazione ovvero di rifiuto, articolando su questo rifiuto tutte le forme politiche di una socialità abietta. Danno cioè alla paura la sua connotazione più atavica e meno intrisa di speranza (la filosofia di riferimento del capitalismo postmoderno, così come delle destre estreme contemporanee è invariabilmente il nichilismo, di là dagli slogan clericali), leggendola come reazione violenta a tutto ciò che attenta agli elementi più primitivi ed appunto atavici dell’identità, quale essa sia. Anche per questo il fascismo contemporaneo è socialmente trasversale.
Va posto dunque con forza per noi anarchici il tema della paura perché è la chiave principale attraverso cui scardinare qualsiasi concezione del politico come di altro dalla mera reazione, dalla mera declinazione in termini di paura del rifiuto della complessità – ovvero la politica violenta di ogni fascismo. L’attuale democrazia residuale si presta in maniera eccellente, specialmente nella sua variante italiana, a questa evoluzione (da anarchici, parlare di involuzione democratica non ha molto senso) autoritaria, in cui alla mediazione subentra il decisionismo, in misura direttamente proporzionale all’incapacità culturale – e su questo scontiamo secolari forme di sudditanza al potere costituito ed alle sue forme di rappresentazioni della società – di affrontare la complessità e di ridurre la politica ad allarme, a gestione del pericolo. La polis si chiude nelle sue mura a dispetto di un mondo totalmente intercomunicante, e la politica evolve da alibi della mediazione – che storicamente è sempre stata, nel suo profondo, un processo di distillazione di nuove élites e di nuovi strumenti di soggiogamento dei soggetti che esprimono istanze non mediabili e non rappresentabili dentro uno scenario che non sia tramutabile in consenso – direttamente a paravento pauroso ed allo stesso tempo che si pretende e si dà come schermo contro la paura.
linus71 | 30 Agosto, 2008 16:16
Sono tempi duri per chi lavora. Criminalizzazione delle rivendicazioni sindacali, compressione e riduzione del potere d'acqisto dei salari, trasformazione di un diritto in una variabile del profitto. Il tutto sotto lo sguardo complice della trimurti sindacale - da cui ormai ci si aspetta solo che apra delle proprie agenzie di lavoro interinale. Costo della vita alle stelle.
E noi lavoratori? Dispersa la solidarietà sotto i colpi della precarizzazione e della ricattabilità, infiacchita la capacità di lotta politica, prima ancora che sindacale, noi lavoratori siamo nel mirino della mafia confindustriale, nel mirino della criminalità governativa, sotto la tutela paternalistica dei sindacati istituzionali. Uccisi al ritmo di tre al giorno, tanto da non fare nemmeno più notizia, sfruttati, sottopagati anche secondo l'Osce, stigmatizzati come fannulloni.
In questo quadro c'è una sola possibilità di speranza per noi, ed è quella di avere la capacità di lottare assieme, di non delegare più ad altri - al sindacalista che la sa lunga, a chi ti promette di pararti il culo, al solito compagno con le amicizie giuste, alla selva di parassiti del disagio sociale - ma di riprendere nelle nostre mani la nostra sorte. E la nostra sorte di lavoratori significa prima di tutto riconquistare la sicurezza del futuro, la possibilità, materiale e simbolica, di pensare agli anni che verranno, e saranno anni orribili se non ci mobilitiamo con forza, anni al confronto dei quali gli ultimi quindici saranno stati una passeggiata...
Per questo invito chiunque passi di qui a rilanciare e far girare l'appello che segue. Perché l'attacco frontale al Contratto Collettivo Nazionale mira a dividere ulteriormente noi lavoratori discriminandoci l'un l'altro per reddito, per territorio, puntando alla creazione di piccole consorterie di servi e capetti pronti solo a proteggere se stessi, a smembrare definitivamente il nostro potere, l'unico che abbiamo: la condivisione, la solidarietà e la lotta comune.
Leggete aderite e diffondete!!!
In questi giorni governo e sindacati concertativi stanno discutendo la controriforma del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro.
Quello che segue è il testo del volantino/appello che le compagne e i compagni del Pane e le rose e di Primo Maggio stanno diffondendo in questi giorni nei luoghi di lavoro del Veneto.
Chi desidera sottoscriverlo può inviare una email con il proprio nominativo e il luogo di lavoro a pane-rose@tiscali.it
Chi vuole contribuire a diffonderlo può stampare il file in formato pdf che si trova e fine testo.
Un elenco dettagliato dei materiali sulla controriforma dei modelli contrattuali sul sito del Coordinamento Nazionale RSU
Nel suo discorso di investitura il nuovo presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha esposto le richieste del padronato italiano per la prossima fase: i profitti devono continuare a crescere a discapito dei salari, l’età pensionabile va ulteriormente innalzata, la spesa sociale va tagliata, il contratto nazionale di lavoro va “riformato”.
Il governo Berlusconi ha risposto prontamente varando il DPEF (Documento di Programmazione Economica e Finanziaria) per i prossimi tre anni: una manovra da 35 miliardi che prevede un ulteriore sviluppo delle privatizzazioni e tagli a trasporto pubblico locale, scuola, sanità pubblica. Nella scuola si annuncia il taglio di 100.000 insegnanti e nella sanità la reintroduzione del ticket sulla specialistica. Da parte loro i ministri del lavoro europei, tra cui quello italiano Sacconi, hanno annunciato la volontà di portare l’orario massimo di lavoro fino a 65 ore settimanali.
NEL FRATTEMPO IL 18 GIUGNO È INIZIATO IL CONFRONTO SULLA “RIFORMA” DEL CCNL TRA CONFINDUSTRIA E LE BUROCRAZIE SINDACALI CGIL, CISL E UIL
L’obiettivo fondamentale che il padronato vuole raggiungere con la “riforma” del CCNL è quello di realizzare il controllo totale sulla forza lavoro, frantumare la solidarietà di classe, dividere e indebolire i lavoratori per costringerli a contrattare individualmente il loro salario.
L'obiettivo è quello di subordinare sempre più strettamente il salario al profitto delle imprese: “salario in cambio di produttività” dicono i padroni, ma Italia il tasso di produttività è già altissimo mentre il salario è bassissimo. Infatti i dati pubblicati recentemente dall’OCSE (i 30 paesi industrialmente più sviluppati) dimostrano chiaramente che in Italia il numero di ore lavorate è tra i più alti dell’area OCSE, ma i salari sono tra i più bassi (circa 6000 dollari all’anno in meno della media). Le affermazioni del padronato sono solo chiacchiere per spillare ancora più sudore e per riempirsi sempre di più le tasche.
Mettere in discussione il CCNL significa, per cominciare, abbandonare a sé stessi i lavoratori delle imprese piccole e medie (e anche di tante imprese più grandi) che non hanno la contrattazione di secondo livello (in Italia solo il 20% dei lavoratori ce l’ha) o non hanno la forza di realizzare accordi accettabili (e oggi che è sempre più difficile strappare accordi decenti il CCNL rappresenta un minimo di tutela per il salario e i diritti).
Significa dare il via libera alle “gabbie salariali” cioè al fatto che due operai che fanno lo stesso lavoro in due posti diversi hanno due salari e due “diritti” diversi.
E quando si sarà consumata definitivamente la rottura della solidarietà tra lavoratori (italiani contro immigrati, vecchi contro giovani, sud contro nord, privato contro pubblico, garantiti contro precari&hellip
chi avrà vinto? Ogni lavoratore sarà solo. Solo e debole di fronte al singolo padrone e alle associazioni dei padroni e allora la sua ulteriore costrizione al lavoro coatto sarà inevitabile. Così come sarà inevitabile la schiavizzazione dei propri figli. E che razza di uomo è quell’uomo che non lotta e preferisce fare la “cicala” con i diritti e la dignità dei propri figli?
Invece di opporsi a questa situazione il 12 maggio scorso i vertici CGIL-CISL-UIL hanno approvato un documento nel quale si dà il via libera alla revisione dei già pessimi accordi del luglio 1993 con un accordo per la “riforma del modello della contrattazione” che ridurrà il contratto nazionale di lavoro a pura formalità spostando tutto il peso della contrattazione sul secondo livello (decentrato), ovviamente per chi ce l’ha.
Cosa riceverebbe il sindacato, in cambio della propria disponibilità ad andare incontro alle richieste del padronato? Una riforma della rappresentanza nei luoghi di lavoro che legherebbe ancora di più i delegati alle segreterie e impedirebbe loro di assumere posizioni diverse da quelle dei vertici, anche se approvate dai lavoratori. Un’ulteriore riduzione della già pochissima democrazia che c’è nei luoghi di lavoro.
20 ANNI DI ATTACCO AL SALARIO E AI DIRITTI DEI LAVORATORI
Sono oltre 20 anni che i lavoratori sono sotto attacco: prima la riduzione di 4 punti l'indennità di contingenza, la Scala Mobile, per mano dell'attuale ministro Renato Brunetta, allora socialista (1984), poi l’abolizione della “scala mobile” (governo Amato 1992), poi gli accordi sulla flessibilità (Ciampi 1993), poi la controriforma delle pensioni (Dini) nel 1995, poi il pacchetto Treu (Prodi 1997), poi l’attacco al diritto di sciopero (D’Alema 1999), poi la legge 30 (Berlusconi 2002), poi lo scippo del TFR verso i fallimentari fondi pensione integrativi attraverso la truffa del silenzio-assenso (Berlusconi 2006 - Prodi 2007), poi i protocolli sul welfare per aumentare l’età pensionabile e allungare la precarietà (Prodi 2007). Ora l’attacco frontale al CCNL.
Tutti questi passaggi sono stati “concertati” dai padroni, dai vari governi e dalle burocrazie CGIL-CISL-UIL spesso con l’appoggio di tutti i partiti, di destra come di “sinistra” (compresi quelli della sedicente “sinistra radicale”). E’ sempre più chiaro che nei parlamenti e nelle segreterie sindacali i lavoratori non hanno amici.
Con l'indebolimento del Contratto Nazionale ogni anno una percentuale sempre più alta della ricchezza prodotta è stata tolta ai salari dei lavoratori e regalata ai profitti dei padroni.
Nel 1983 il 77% della ricchezza prodotta (il PIL) andava ai salari e il 23% ai profitti, nel 2005 ai salari va meno del 69% mentre ai profitti oltre il 31%. L'8% del PIL in più ai profitti rispetto a vent'anni fa. Una cifra pari a 120 miliardi di euro. Che significa 5 mila 200 euro del salario di ogni lavoratore. E questo ogni anno, tutti gli anni.
Ma questo furto continuo non sazia la fame degli industriali e dei pescecani della finanza, che dopo aver derubato i lavoratori del TFR e delle pensioni, ora vogliono ridurre ulteriormente i salari, e con questo obiettivo tentano ogni giorno di aizzare i lavoratori contro i loro fratelli di classe immigrati per distoglierli dai loro veri nemici: padroni, sindacati di regime, partiti-casta. Ai padroni che vogliono dividere per meglio comandare va risposto con forza che tra i lavoratori non ci sono stranieri e che l'unico straniero è il capitalismo.
DIFENDERE E RILANCIARE IL CONTRATTO NAZIONALE DI LAVORO
Sulla difesa del CCNL sono in gioco il salario e i diritti per i prossimi venti anni.
Tutto è nelle mani dei lavoratori. Dissentire non basta, è necessario mobilitarsi, informare tutti e tutte, prendere la parola nelle assemblee, contestare i sindacati venduti (come hanno fatto i lavoratori di Mirafiori, di Melfi, di Arese, di Pomigliano), costruire assieme la campagna per la difesa e il rilancio del Contratto Nazionale di Lavoro, costruire comitati di lotta unitari e indipendenti dei lavoratori nei posti di lavoro e nel territorio, per fare della difesa del CCNL una questione sociale, per una nuova stagione di lotte salariali e sociali.
- Assemblea - la voce di chi non ha voce
- Coordinamento Nazionale RSU
- Voci stonate - Lavoratori TIM
- RdB SEPSA
- Mercante di Venezia - Giornale comunista
- Alernativa@mente
- La classe operaia
- Sotto le bandiere del marxismo
- adeblog
- Unità Comunista - Vibo Valentia
- Italia Alternativa
- Vivo, sono partigiano
- rubicondo
linus71 | 31 Luglio, 2008 11:32
Dopo la vergognosa sentenza sulle torture perpetrate contro i manifestanti a Genova nel 2001 - e dico vergognosa non perché penso che uno stato possa avere una giustizia "giusta", ma perché quella sentenza è esemplare nel coprire e azzerare le responsabilità dei torturatori - la violenza poliziesca è ormai sottratta a qualsiasi sanzione.
Ai migranti che manifestavano a Napoli, davanti al Duomo, per chiedere un tetto - e non c'erano solo migranti - la polizia ha risposto manganellando, prendendo a calci e pugni. E la stampa di regime chiama tutto questo "scontri con la polizia"...
L'escalation a cui assistiamo è l'inequivocabile linguaggio della violenza politica, e non è la prima volta che si assiste a questo spettacolo da regime sudamericano. A Bolzaneto persone furono fermate illegalmente, picchiate, torturate, umiliate. E nessuno pagherà. Nessuno sconterà le sue responsabilità. Quella sentenza, e le lungaggini strumentali che l'hanno accompagnata, sono un segno ben preciso. Un segno che è ancora una volta politico.
Paura ed emergenza sono l'additivo della violenza di stato organizzata, ed il risultato è la criminalizzazione di qualsiasi iniziativa che si opponga al regime che si sta instaurando. L'impunità per chi interpreta nella maniera più autentica la reale funzione di quelle che ci si ostina a chiamare forze dell'ordine, ne è solo uno strumento. Le buone maniere della polizia sono solo lo strumento per piegare, spaventare, riaffermare in maniera autoritaria il potere statale. Un potere supino agli interessi del capitale e sempre più determinato a concentrarsi solo sulle sue funzioni repressive e penali. Sempre più determinato a punire i poveri, i migranti, i lavoratori.
Riporto il video di Indymedia che documenta le violenze della polizia.
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